La residenza della famiglia Caula

L’edificio è stato per lungo tempo la dimora di un ramo della famiglia Caula. Sino ad oggi non è stata ancora condotta alcuna indagine storica approfondita e manca un’evidenza documentale in tal senso. Tuttavia lo stesso toponimo, una tradizione orale tramandata di generazione in generazione tra i membri delle famiglie che l’hanno abitato, un certo numero di “coincidenze” storiche di cui avremo modo di dire appresso attestano ed avvalorano questa affermazione, che altrimenti potrebbe apparire solo una tesi suggestiva.
Il blasone dei Caula

Stemma dei Caula (G. Fontana, Insegne di varii prencipi et case illustri d'Italia e altre provincie Modena, 1605)

Innanzi tutto occorre chiarire chi fossero i Caula.
Il cognome è attestato in zona almeno dal XV secolo. Venceslao Santi1, a proposito del governo di Samone da parte dei Pio di Carpi2 e dei rapporti tra gli abitanti di questo borgo e alcune famiglie di Montalbano, che dipendevano da Montetortore, ma possedevano terre in quel di Missano, scrive: “Dapprima le loro relazioni col comune di Samone… furono buone, ma in seguito … proruppero in aperte animosità che andarono crescendo in guisa da assumere le proporzioni di una vera lotta con rappresaglie reciproche… Finché nel 1478 Marco Pio, prescelto arbitro da ambe le parti «per extirpare alla radice ogni cagione et materia di discordia, annuenti Giacomo figlio di Giovanni di Cotella e Pietro figlio di Giovanni da Caula procuratori delle famiglie di Montalbano, e Nicolò di Pietro di Muzzo e Lenzo di Campion procuratori del comune di Samone, determinò, definì, laudò, arbitrò, che le prenotate famiglie da Mont’Albano et qualunque altre sottoposte alla podesteria di Montetortore le quali tengono et possedono beni nella villa nostra di Missano, et tutti gli altri loro descendenti usque in infinito et successori così universali come particolari siano tenuti et obbligati a pagare per l’avvenire ogni anno alla camera nostra la tassa di lire sei marchesamente et una somma de’ buon capretti si come sono usitate di fare insieme et compagnia col comune nostro di Samone, seu quelle famiglie che tengono dominio di quelle terre che sono obbligate alla sopradetta tassa, dal tempo che la casa nostra de’ Pii ottenne la villa di Missano dall’Ill.mo messer Nicolò Marchese da Este».
Nel quattrocento, quindi, un ramo della famiglia Caula era già presente a Montalbano dove probabilmente occupava una posizione di prestigio, visto il ruolo di procuratore delle famiglie di quel castello ricoperto da quel Pietro di Giovanni nell’arbitrato condotto da Marco Pio.
D’altro canto, in una recente pubblicazione sulla storia di Montalbano, nel tracciare la storia delle principali famiglie del luogo, Romolo Dodi ricorda i notai Giovanni e Lancillotto che esercitarono dal 1488 al 1539. Non sappiamo se il padre di Pietro coincida col primo dei due, sebbene i dieci anni che separano l’intervento del figlio di Giovanni da Caula nel lodo di Missano dal primo degli atti dell’omonimo notaio depongano più a favore di un legame di parentela tra due personaggi distinti piuttosto che ad un’identificazione dell’uno nell’altro. In ogni caso, se ai più il casato dei Caula è noto soprattutto per Sigismondo, che, assieme a Francesco Stringa, è stato forse il massimo pittore del ‘600 e del primo ‘700 modenese, va ricordato che la sua storia affonda le radici in diversi luoghi e in epoche più lontane.
La famiglia Caula o Medici Caula3 apparteneva al patriziato estense, ma il ceppo principale proveniva da Sassuolo ove, negli anni venti del XVI secolo, con Casone da Caula e soprattutto con Camillo di Francesco, era a capo di una fazione cittadina, i Caulensi, contrapposta a quella de’ Mari4.
Lo stemma dei Caula Medici

Stemma dei Caula Medici (A. Manno, Stemmi di famiglie nobili modenesi, Modena, 1912)

Secondo lo Spreti5, i Caula appartennero al ceto conservatorio di Modena e s’imparentarono persino con la casa d’Este, in quanto Ippolita Caula andò in sposa a Borso d’Este, zio del Duca di Modena Francesco I e progenitore dei principi di Scandiano6. Con ogni probabilità, però, l’origine deve essere ricercata nel toponimo Cavola, antico borgo delle prime colline reggiane, da cui forse la famiglia proveniva.
Si diceva poc’anzi di “coincidenze storiche” che rendono più che verosimile la presenza in loco di membri di questo casato: nel 1593 il nobile Pietro Paolo Caula è Podestà di Montetortore e del suo contado7.
Sino all’epoca napoleonica quella località ha rappresentato una terra di confine con lo Stato Pontificio e proprio per questo fu quasi sempre governata direttamente dalla Camera Ducale8, attraverso funzionari scelti tra i rampolli della nobiltà minore, che duravano in carica di norma due anni.
Pietro Paolo Caula nacque a Sassuolo nel 1555, si laureò a Bologna nel 1579, ricoprì la carica di Podestà di Montetortore dal 1593 al 1594 e quella di Capitano di Ragione a Nonantola dal 1594 al 15989.
 
1 – V. Santi, Memorie storiche di Samone e del Frignano, Modena, 1887
2 – Nel 1405 Niccolo III d’Este infeudò Samone, Rocca Malatina e in genere i castelli che erano stati dei Malatigni prima e dei Montecuccoli poi, ai fratelli Marco I, Alberto I e Giovanni Galeazzo Pio di Carpi.
3 – Pare che l’uso del doppio cognome sia conseguente all’affiliazione della famiglia all’Arte dei Medici.
4 – G. Tiraboschi, Biblioteca modenese o notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli Stati del Serenissimo Signor Duca di Modena, T. II, Modena, 1782, p. 14.
5 – V. Spreti (marchese), Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Appendice, Volume 2, 1935
6 – Infatti, Francesco I, dopo la fine della signoria dei Thiene e la breve parentesi di governo di Francesco Bentivoglio, nel 1643 vendette i feudi di Scandiano agli zii Luigi e Borso d’Este.
7 – Negli 1548-49 aveva retto quella podesteria un altro Medici Caula, Battista, che sarà poi Podestà di Sassuolo a decorrere dal 1549 (E. Trota, L’ordinamento amministrativo della podesteria di Montetortore, in Atti della Deputazione di Storia Patria degli Antichi Domini Estensi, p. 97).
8 – Unica parentesi, peraltro con esiti infelici, fu costituita dagli anni 1635-1685 (cfr G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati Estensi, T. II, 1825), durante i quali Montetortore venne infeudato prima al marchese Francesco Montecuccoli e poi, per diritto ereditario, ai figli Felice e Sebastiano. Felice era un emulo di Don Rodrigo e finì presto per mettersi nei guai, prima cagionando indirettamente la morte del fratello Sebastiano per mano di sgherri al soldo del marchese Guido Rangoni, che Felice aveva gravemente offeso; e poi perdendo i feudi di Montetortore “per aver posto l’Aquila Imperiale sulla casella della Zocca fatta poi strappare dal Duca di Modena dai Birri. Nella sentenza sta espresso di essere stato privato perché «ausus est dicere sum Feudus Imperialis». Così il Felice miserabile fu sovvenuto dalli Sig.ri Fratelli Gio:Battista ed Alibondio (?) Tozzi e dal già Sig.r Dr. Pietro Paolo Mattioli che lo spesarono del tutto” (Archivio privato, manoscritto Carte diverse riguardanti il Castello di Monte Ombraro: Feudo Boncompagni).
9 – In quei luoghi ebbe a scontrarsi con l’astio, la prepotenza e l’arroganza del conte Alessandro Tassoni, poeta eroicomico di grande levatura, quanto cattivo soggetto propenso ad atti di violenza ed oggi diremmo di bullismo. Nel 1595, assieme ad un proprio servo, il conte Tassoni aggredì un certo Pompeo Castelli sarto, senz’armi, ritenuto da tutti persona tranquilla e da bene, e lo bastonò fino a ridurlo in pericolo di vita. Si trattò di un vero e proprio agguato a tradimento, visto che il Tassoni “con viso amichevole lasciò passare quel sarto che lo salutò cavandosi la berretta, et egli poi di dietro lo assaltò“. Il capitano Pietro Paolo Caula scrisse allora al duca di Ferrara, Alfonso II, manifestandogli la preoccupazione che il soggetto potesse commettere altri eccessi o che dai suoi comportamenti potessero scaturire disordini e chiedendone l’allontanamento dalla sua giurisdizione. Il 13 giugno 1595 la segreteria ducale rispose: “S.A. m’ha ordinato di scrivere a V.S. che alla ricevuta di questa se ne venga in qua subito et che faccia precetto ad Alessandro Tassoni che si lievi da Nonantola, né vi prattichi sin ad altro ordine di S.A. sotto pena di mille scudi d’oro d’applicarsi alla ducal Camera“. Tuttavia, a seguito dell’intervento di potenti protettori, tra cui lo stesso Governatore di Modena, suo congiunto, Ferrante Estense Tassoni, l’ordine del duca non fu mai eseguito. Il processo che ne seguì, condotto dallo stesso Pietro Paolo Caula, fu dapprima rallentato a seguito delle accuse, infamanti quanto infondate, mosse dal Tassoni al capitano di Nonantola al fine di screditarlo quale giudice sospetto, e poi definitivamente insabbiato. Ma il Caula ebbe a patirne ancora, se è vero che il violento conte Alessandro, non contento di essersela cavata, sospinto da un incontrollabile sentimento di vendetta, cercò di danneggiare il suo antagonista anche materialmente. La notte del 7 luglio 1596, in una possessione del Caula, ubicata a Sassuolo, fu dato fuoco ad un barco di frumento e ad un fienile in circostanze tali da rendere più che probabile il coinvolgimento del Tassoni nella vicenda. Anche questa volta, non se ne fece nulla e il processo non fu nemmeno avviato (V. Santi, Il fico di Alessandro Tassoni, estratto da Memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Modena, 1921).

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