Pasquale Venanzio e la discussa consorte

Il comandante Giambatta Pianacci fu prolifico, oltre che longevo: gli sopravvissero i figli Giovanni Battista, prevosto di Marano, Domenico Leonardo, nato nel 1748, Andrea, arciprete prima del Castello di Taro1 e poi di Castel d’Ajano, che morirà a Bologna il 20 novembre 1809, Giacomo, anch’egli sacerdote nella città felsinea, e Pasquale Venanzio, nato nel 1750, oltre ad una figlia, Chiara, maritata al capitano Giulio Cesare Franceschi di Monte Questiolo. A continuare la discendenza sarà solo Domenico, giacché Pasquale Venanzio, sposato con Anna Rovandi oriunda di Rocca Malatina, non avrà prole.
La promessa di matrimonio del comandante Domenico (19 ottobre 1790)

La promessa di matrimonio del comandante Domenico

Forse quest’ultimo soffriva di qualche menomazione psichica o mentale. Infatti, in occasione della promessa di matrimonio prestata il 19 ottobre 1790 da Domenico nei confronti di colei che diverrà la sua seconda moglie, Maria Ciceroni di Montalbano2, interviene anche il padre Giambattista per suddividere una parte del proprio patrimonio tra i figli “…affinché in qualunque evento, discordia (che Iddio non voglia) ognuno dei figli abbia distinta ed appartata la sua porzione senza averla a presente in comunione a rischio di litigi e spese…“. Dopo aver assegnato a Domenico, tra l’altro, “il Casino di Cavola con tutti gli altri edifici padronali e rusticali coi mobili in quello esistenti a riserva della parte da assegnarsi in capo al Sig.r Pasquale…“, l’ormai anziano comandante attribuisce a quest’ultimo “tutta la possessione denominata Piastrella fra i suoi confini e con questa il Campo detto Poggiolo in confine con l’altro denominato le Rase sin al vestigio inclusivamente dello stradello già disfatto, che veniva da viapiana e metteva capo alla Dozza. Il Prato della Tintoria. Il Castagneto e Bosco denominato costa della Chiesa, e finalmente il Prato denominato le Lamme de Galli posto il tutto in Montalbano…“. Tuttavia, Giambattista si affretta a disporre che “delli beni sopra assegnati sia esso Sig.r Pasquale semplice usufruttuario, mentre la proprietà vuole che ipso facto passi nelli eredi di esso Sig.r Pasquale, e per conseguenza non potrà esso in qualunque tempo, né per qualunque causa, titolo o pretesto fare il menomo contratto, di …(?)… o …(?)… dei contemplati beni, e meno deterioramento alcuno, anzi dovrà in tutto e per tutto assoggettarsi alla direzione, cura e dipendenza delli altri Sig.i Fratelli, quali tutti in solido il Sig.r assegnante adesso per sempre ha deputati e deputa come curatori e tutori alla persona e beni di esso Sig.r Pasquale, il quale facendo qualche benché menoma disposizione dei beni predetti indipendentemente dalli deputati Sig.ri Fratelli, sia quello o quella ipso facto nulla e di nessun valore, perché così dispone ed ordina esso Sig.r Assegnante“.
Inoltre, i rapporti tra Pasquale Venanzio e la sua consorte, da un lato, e il resto della famiglia Pianacci, dall’altro, non erano idilliaci; doveva essere intercorso un qualche accadimento che aveva determinato l’insorgere di un certo attrito. Tant’è che nel medesimo documento si legge ancora: “In tutto questo ha fatto e ordinato il sempre lodato Sig.r Comandante Giambattista al sempre bramato oggetto di conservare la pace tra li Sig.ri Sposi futuri e di tutta la sua Sig.ra Famiglia, e perciò succedendo in qualunque tempo la riunione del detto Sig.r Pasquale colla Sig.ra Anna Rovandi lui moglie assente, vuole ed espressamente dichiara, che ipso facto debba detto Sig.r Pasquale abbandonare l’abitazione di Cavola e ritirarsi colla moglie al soggiorno di Piastrella come sopra assegnata. Stando però lontano dalla moglie e vivendo pacifico senza disturbare li altri Sig.ri Fratelli, potrà coabitare colli medesimi, e così godere in comune tutte le entrate dello stato, sotto però sempre la direzione e cura delli Sig.ri Fratelli curatori deputati“. A quanto sembra, quindi, il suocero e i cognati Pianacci non provavano molto affetto nei confronti di Anna Rovandi e forse la ritenevano responsabile di qualche circonvenzione nei confronti del marito, alcun poco debole di mente3.
Nonostante i tentativi del padre, però, non pare che Pasquale Venanzio si sia allontanato dalla moglie, dato che nel 1809 non lo troviamo residente né a Caula né a Piastrella, ma a Monteombraro, nella sua possessione del “Mulino“. Inoltre, se nel 1811 aveva fatto testamento4 riservando alla sua sposa “il libero ed intiero usufrutto” sull’asse ereditario, istituendo però eredi universali “li figli o figlie nate e da nascere” del fratello Domenico, otto anni dopo, invece, revocava le disposizioni precedenti e nominava erede universale proprio la dilettissima di lui moglie5.
 

1 – Atto del 19 ottobre 1790 a cura del notaro Carlo Antonio Fontana con cui il Comandante Domenico Pianacci presta promessa di maritarsi con la Sig.ra Maria del fu Sig.r Girolamo Ciceroni e il padre Comandante Giambattista Pianacci assegna e divide il patrimonio paterno tra i figli Domenico, Pasquale Venanzio, don Giovanni Battista, don Andrea e don Giacomo (Archivio familiare Bartolotti). Nel documento l’indicazione di tale parrocchia non è di dubbia lettura, ma molto probabilmente si tratta di un errore del notaio che rogò l’atto. Nei rogiti e testamenti degli anni successivi, invero, Andrea viene sempre menzionato come arciprete di Castel d’Ajano.
2Ibidem
3 – Così lo definiscono i “Dottori di Medicina e Chirurgia Luigi Riva … e Giovanni Manni … dietro diligente esame fatto giusta i principi di loro arte e pratica intorno allo stato si fisico che morale“. Trattasi del secondo ed ultimo testamento pubblico di Pasquale Venanzio dettato il 19 maggio 1819, innanzi al Giudice ordinario di Autorità di Modena, Luigi Savani, nel quale il testatore viene assistito da un curatore ad hoc e interrogato in forma solenne dal magistrato, proprio a causa della “situazione in cui trovasi relativamente al suo morale” (Archivio familiare Bartolotti).
4 – Primo testamento pubblico di Pasquale Venanzio Pianazzi del 22 aprile 1811 a cura del notaio Francesco Ferrari di Roccamalatina (Archivio familiare Bartolotti).
5 – V. nota 3. Il patrimonio di Anna Rovandi ritornerà alla famiglia Pianacci Bartolotti circa una ventina d’anni dopo. Infatti, il 31 maggio 1849 la Rovandi farà testamento segreto (una “..cedola unita all’intorno con seta raddoppiata rossa e sigillata in tre punti con cera lacca di Spagna rossa da una parte sola, e con sigillo portante, e dimostrante la figura del leone“) a favore della nipote Chiara Pianacci, figlia del comandante Domenico, “ritenendosi in dovere di fare una tale disposizione, mentre gli stabili che io posseggo mi furono lasciati in proprietà dal usato mio marito Pasquale Venanzio Pianacci, zio paterno della mentovata Sig.ra Chiara“.
Di lì a poco, il 27 luglio 1851, Anna Rovandi si spegnerà nella sua casa di Monteombraro. Conosciamo la consistenza dell’intero asse ereditario da un appunto allegato al testamento che riporta nell’intestazione la frase: “Dai Registri d’Estimo di M.e Ombraro risulta la seguente Partita Rovandi Sig.a Anna fù Marco vedova Pianazzi“: i due fondi del “Mulino” e “Casa di Leone” oltre ad altri sette appezzamenti di terreno per un valore catastale complessivo di 18.490 Lire italiane. Nessuna traccia della possessione di Piastrella che evidentemente non pervenne mai al marito Pasquale Venanzio.
Nonostante le proprietà immobiliari, negli ultimi anni della sua lunga vita, Anna Rovandi dovette vivere in grande ristrettezze economiche; infatti, si conservano alcune decine di ricevute di prestiti che gli vennero concessi da Antonio Bartolotti, marito di quella Chiara che lei istituì erede universale

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