Il comandante Domenico Pianacci e la campana di Montalbano

Com’è confermato da Romolo Dodi, al pari del padre Giambatta, anche Domenico Leonardo intraprese la carriera militare e finì per ricoprire la carica di comandante delle milizie di Montetortore, almeno sino al 1796, anno in cui i Francesi deposero Ercole III d’Este. Dal primo matrimonio con Maria Giulia Poli di Monteombraro nacquero due figlie, Teresa e Maria Eugenia1, ma rimase presto vedovo e si risposò con Maria Caterina Ciceroni2. Nemmeno la seconda moglie, però, riuscì a dargli l’agognata discendenza maschile; infatti, nacquero Anna Eleonora nel 1793 e Chiara Celestina nel 1796. La prima si maritò con Pietro Stefanini di Villa d’Ajano, mise al mondo tre femmine3 e morì prima del 1834. Infine, Chiara fu impalmata il 29 maggio 1816 da Antonio Ugolino Franco Bartolotti.
Si crearono così i presupposti per l’estinzione dei Pianacci di Caula e la successione della famiglia Bartolotti.
Domenico cessò di vivere il 22 marzo 18294.
Della vita privata di Domenico Leonardo sappiamo che doveva nutrire una vera passione per le campane. Nella parte conclusiva del suo testamento si legge: “Tra i mobili della mia eredità sonovi due organi di campane da me costrutti e che mi costarono molto studio, dispendio, e fatica, quindi è mia precisa e determinata volontà che quelli frà miei eredi a cui toccheranno in divisione li conservino interi e completi e non li guastino giammai in qualsivoglia tempo col perderne o venderne una parte delle campane, e quelli frà miei eredi che operassero in contrario intendo, e voglio che siano tenuti come li obbligo a pagare del proprio alla Chiesa Par.le di Montalbano per una volta tanto la somma di modenesi lire mille £ 1000, che ad ogni buon fine ed effetto lascio a titolo di legato alla Chiesa sudetta, salva occorrendo l’approvazione di S.A.R. il Duca nostro sovrano, incaricandone della riscossione il Parroco pro tempore della Chiesa medesima il quale colla somma legata formerà un capitale fruttifero e si servirà degl’interessi a pagare l’organista della ridetta Chiesa di Montalbano.
Dichiaro poi che non intendo d’inibire la vendita degli organi completi pregando però i venditori nel fissarne il prezzo ad avere in considerazione non solo il valore intrinseco, quanto la fatica, studio, che mi sono costati
5.
Uno degli organi di campane citati nel testamento del comandante Domenico Leonardo

Uno degli organi di campane citati nel testamento del comandante Domenico Leonardo

Uno degli organi di campane, di dimensioni ridotte, “armato alla bolognese” è ancora oggi conservato a Caula con il suo telaietto in legno di noce. Su una delle campanelle è riportato il nome del costruttore: “Dominicus Pianacci MDCCCI“. L’altro è andato disperso, ma fino a qualche decennio fa una piccola campana con impresso il nome del comandante veniva usata nella vicina chiesa di Montecorone per celebrare la Santa Messa.
A quanto sembra, però, l’arte fonditoria del comandante non si limitò alle piccole squille: nel campanile della Parrocchiale di Montalbano una delle campane del concerto reca impresse, tra le altre, queste parole: Domenico Pianacci a Montalbano donò l’anno 1795…6.
A quest’ultimo riguardo vale la pena di riportare un simpatico aneddoto, tramandato oralmente. Pare che la fusione di questa campana sia stata assai tribolata e che il comandante, ad opera terminata, abbia provato una forte delusione per la qualità e il timbro del suono emesso. Profondamente stizzito, Domenico avrebbe ordinato immediatamente una nuova colata e per rimediare agli errori di composizione del bronzo, cui attribuiva il pessimo risultato, si sarebbe recato in casa e avrebbe asportato dalla tavola imbandita una manciata di posate d’argento che avrebbe poi gettato nella siviera7.
Il racconto è sicuramente frutto di fantasia, in primo luogo perché il bronzo è costituito da rame e stagno, ma non da argento; e poi perché la realizzazione di una nuova fusione avrebbe richiesto alcuni mesi di lavoro, non certo qualche ora.
La "grossa" su cui è leggibile il nome del fonditore

La "grossa" su cui è leggibile il nome del fonditore

La fusione delle campane ebbe luogo quasi certamente a Caula, ove si ha memoria della presenza di una fucina in cui venivano ferrati i cavalli. Anzi, sino alla fine dell’800 alle dipendenze della famiglia padronale vi è sempre stato un fabbro e si racconta che il padre di un noto artigiano di Zocca, attivo sino al secondo dopoguerra, avesse appreso l’arte proprio in quel di Caula. Ma alla villa sono legate anche le vicende di un’altra campana che oggi si trova nel piccolo campanile della chiesa di Via Piana, a Montalbano. Essa non fu fabbricata da Domenico Pianacci, ma da una nota famiglia di fonditori di Bologna: i Brighenti. L’iscrizione reca: Iussu Bartolotti Aloysii MDCCCLXIV Clemens Brighenti Bononiae fudit8.
Sino agli anni immediatamente successivi alla 2a Guerra Mondiale, questa campana si trovava nell’altana della villa, ove è ancora perfettamente conservato il castello ligneo a cui era ancorata. Un altro aneddoto, in questo caso sicuramente veritiero, ci racconta in che modo e perché essa lasciò Caula e finì nella chiesa del cimitero di Montalbano.
In quegli anni le soffitte della villa venivano ancora usate per stendere ad asciugare il grano appena raccolto, la qual cosa finiva per attirare i topi. Un giorno il Parroco di Montalbano, ospite a pranzo della famiglia Bartolotti, volle celebrare una messa nella cappella privata della villa e per chiamare a raccolta i fedeli della zona chiese di far suonare la campana. Il padrone di casa, Luigi Bartolotti, acconsentì, ma ai primi rintocchi tanti topolini terrorizzati corsero giù per le scale, fuggendo dai granai in cui si erano intrufolati. Il fatto gettò nello scompiglio l’intera famiglia e soprattutto le signore di casa che, fedeli alla tradizione, inorridivano di fronte ai topi. Il prof. Bartolotti, allora, cedette alle pressanti richieste del prelato che da tempo insisteva per ottenere in dono la campana, per sostituirne un’altra rimasta danneggiata durante il conflitto mondiale.”

1 – Maria Eugenia andò in sposa a Giovanni Battista Bedonni di Montorsello da cui ebbe Rosalia, che convivrà a Caula con l’avo materno assistendolo negli ultimi anni di vita, Remigio ed altre due figlie femmine, Palma e Prospera.
2 – V. nota 1 alla pagina “Pasquale Venanzio e la discussa consorte”
3 – Luigia, Teresa e Marianna, come si legge nell’Apertura e pubblicazione del testamento segreto del fu Molto Rev.do Sig.r Don Giacomo Pianacci non che delle schede, Bologna, 19 settembre 1840 (Archivio familiare Bartolotti).
4 – Il 23 marzo 1829 don Giovanni Martini, Priore di Montalbano, così scrive nel registro dei morti della Parrocchia: “Domenico del fu Comandante Gianbattista Pianacci e fu Anna Nannini vedovo in prime nozze della fu Maria di Francesco Poli di M. Ombraro, indi vedovo della Maria fu Girolamo Ciceroni, è morto il giorno 22 alle ore 1,30 (in Montalbano) a circa 82 anni di malattia cronica. Fu sepolto nel cimitero di questa Parrocchia“.
In realtà, nel suo testamento l’anziano comandante aveva lasciato disposizioni dettagliatissime a proposito delle sue esequie: “Il mio corpo reso cadavere intendo e voglio che sia seppellito entro cassa mortuaria nella Chiesa Parr.le di Montalbano oppure in quella di San Michele posta in detta Parrocchia, e precisamente presso la Teresa mia figlia defunta, e che nel giorno della deposizione sia celebrato un solo Uffizio da requie coll’invito, ed intervento di tutti i sacerdoti della Congregazione di Semellano, come pure di Missano, Samone e Montetortore cioè dei Sacerdoti di queste Parrocchiali, e che inoltre sia spedita l’elemosina al Sig. Arciprete di Montombraro a cui professo stima particolare, al suo Capellano, ed al Sig.r Curato di Santa Croce Legazione di Bologna. L’elemosina poi per cadaun Sacerdote salvo l’aumento secondo lo stile della Parrocchia pel Parroco, Celebrante, Cantori, Cerimoniere, ed altri sarà di Pavoli undici con l’obbligo di cinque messe in tutto da dirsi le altre quattro a comodo dei Sacerdoti però entro un mese da calcolarsi dal giorno della deposizione.
In circostanza poi della messa solenne che intendo sia cantata in terza voglio che diano delle piccole candelette ai sacerdoti quattro cioè al Celebrante, Diacono, Sudiacono, Cerimoniere e Cantori per ciascuno, e tre per cadauno degl’altri Sacerdoti che le accenderanno al =Sanctus= della messa, e le terranno accese per tutto il tempo delle esequie.
Voglio pure che a tutti i poveri della sola Parrocchia di Montalbano si dia l’elemosina in generi, o in contanti come più piacerà a miei Eredi infrascritti di baiocchi quattro a testa, lasciando all’arbitrio degl’Eredi stessi di concerto col Parroco locale di scegliere il tempo, ed il luogo per farla, comandando però che si faccia entro giorni quindici da calcolarsi dal giorno della mia morte.
A tutti poi della sola Parrocchia di Montalbano che verranno a recitare il Rosario nella mia casa prima che dalla medesima sia levato il cadavere e nel locale ove sarà esposto voglio che si diano immediatamente baiocchi due per ciascheduno; siccome è mia intenzione che in suffragio dell’anima mia comprese le spese dell’uffizio, funerale, levata del cadavere, trasporto, ed elemosine come sopra siano erogate modenesi Lire due milla £ 2000; così intendo e voglio che se avanzasse qualche somma si facciano da miei Eredi celebrare entro il termine di un anno tante messe a baiocchi sedici per ciascuna, lasciando all’arbitrio de’ miei esecutori testamentari la scelta del Sacerdote, o Sacerdoti da cui vorranno che si celebrino le messe stesse
“.
Col summenzionato testamento Domenico Pianacci istituì un gran numero di legati, tra i quali menzioniamo due lasciti, ciascuno di £ 100 di Modena, a favore di “Giuseppe Campeggi attuale mio servo se però sarà al mio servigio all’epoca della mia morte, o a quel servo che si troverà” e a vantaggio della “…servente (giacché attualmente ne sono senza) che si troverà al mio servizio all’epoca della mia morte“; condonò al suo “mezzadro della possessione di Cavola Domenico Vescogni, e alla sua famiglia modenesi Lire trecento“; infine nominò eredi universali di tutti i suoi beni, per una terza parte, sua figlia Chiara, per un altro terzo le tre figlie della defunta Anna Eleonora e per il terzo rimanente i nipoti Bedonni.
Il testamento venne redatto in forma segreta e consegnato nelle mani del notaio Giacomo Bedonni di Montalbano il 3 novembre 1828 dallo stesso comandante ancora “sano per divina Grazia di mente, e di corpo benché alquanto duro d’udito“. Il documento originale era costituito da due cedole “unite all’intorno con filo raddoppiato di bavella rossa sigillate entrambe a foglio di lettera, e munite di dodici bolli cadauno di cera lacca rossa di Spagna da una sola parte sui quali bolli sonovi le impressioni di un sigillo rappresentante due rami di ulivo che circondano un cuore, nella parte superiore del quale avvi un’asta perpendicolare tagliata in due luoghi e nel mezzo sonovi le lettere C e M” Si tratta dello stemma della famiglia Pianacci.
5 – V. nota precedente.
6 – L. Parmigiani, Campane, campanili e campanari del Modenese, 2 voll., tipografia ed. Immacolata Concezione, 1984-1987.
La campana è stata fabbricata in tempi recenti (1963), probabilmente riutilizzando il bronzo di quella antica, per ordine dell’arciprete di Missano Giovanni Ricci che ebbe la sensibilità di far apporre l’iscrizione originaria sul nuovo manufatto.
7 – La siviera è una sorta di crogiuolo utilizzato per la colata.
8 – L. Parmigiani, Campane, campanili e campanari del Modenese, 2 voll., tipografia ed. Immacolata Concezione, 1984-1987.

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