Don Giacomo, i pii legati Pianacci e la scuola per le zitelle povere

Dei numerosi fratelli del comandante Domenico Leonardo non si può fare a meno di menzionare Giacomo Antonio che visse e morì a Bologna il 18 settembre 1840. Di lui sappiamo parecchio perché lasciò un elaboratissimo testamento che diede origine a complesse ed interminabili controversie tra i suoi eredi e gli enti religiosi a favore dei quali aveva istituito una gran numero di lasciti.
Anche don Giacomo coltivava la musica1 ed era addirittura un costruttore e restauratore di organi. Pare che anche quello della Parrocchiale di Montalbano si debba a lui2. Di certo è suo quello che ancora oggi è conservato, sebbene in pessime condizioni, nella cosiddetta sagrestia di Caula e che costituiva dotazione della cappella privata.
Lungo l’arco della sua vita dovette avere modo di viaggiare, giacché, secondo il Diario Ordinario di Roma, nel 1790 Don Giacomo Pianacci, che già aveva fatto l’organo di S. Maria de’ Monti, restaura e ingrandisce l’organo di S. Maria Maddalena3.
Forse nel 1803 è a Venezia ove presso Andrea Saltini dà alle stampe due testi religiosi, “Il matrimonio santificato: opera divisa in tre parti utilissima ai padri alle madri ai figli alle figlie ai vedovi e alle vedove per soddisfare alle loro obbligazioni, ed incontrar felicità temporale ed eterna” e l'”Esercizio della Via Crucis ossia viaggio doloroso di Gesù appassionato al Calvario composto da Don Giacomo Pianacci Missionario Apostolico“.
Il complesso di villa Caula dalla vallata di MontalbanoIl prelato era anch’egli legato a Caula4 ed anzi era proprietario di una porzione rilevante della possessione5. Alla sua morte lasciò un patrimonio davvero considerevole costituito da terre e soprattutto da case, appartamenti e palazzi, ma lo gravò di innumerevoli legati6; in questa sede menzioneremo le disposizioni che andranno ad impegnare le rendite del Predio denominato =Cavola= posto nel Comune di Montalbano Stato Estense7.
Donna Chiara Celestina Pianacci poco prima della morte (1796-1863)

Donna Chiara Celestina Pianacci poco prima della morte (1796-1863)

Innanzi tutto l’amministrazione della tenuta fu sì attribuita a colei che venne designata erede universale, la nipote Chiara Celestina, e ai suoi successori, “colla sorveglianza però del Parroco pro tempore, ed amministrazione Parrocchiale, ed anche del Giudice caso faccia d’uopo dello stesso Paese“! Inoltre, don Giacomo volle che le entrate del predio venissero impiegate per distribuire ogni anno ai poveri di Montalbano, in occasione dell’anniversario della sua morte, sei sacchi misura modenese di buona farina mista8 e per svariate celebrazioni religiose: “un anniversario… con Uffizio, e Messa cantata“, un triduo all’anno “ad onore del Santissimo Sacramento“, le “Sacre Missioni” ogni otto anni, altre trenta messe all’anno con l’elemosina di baiocchi venti ciascuna all’Altare Privilegiato per i Defunti; infine, per l’istituzione di una vera e propria scuola, con il mantenimento di una Maestra da nominarsi… dal Parroco pro tempore all’oggetto che la medesima istruisca le povere zitelle nei principi specialmente di santa religione, dando a detta Maestra l’annuo assegno di romani scudi ventiquattro9. Qualora poi, una volte adempiute pienamente tutte le disposizioni testamentarie, fossero avanzate delle rendite, la metà doveva essere devoluta ai poveri della Parrocchia di Montalbano e solo il residuo a Chiara Celestina.
Da qui ebbe inizio il lungo e intricato percorso intrapreso dagli eredi per liberare la proprietà di Caula, con l’aiuto delle leggi d’affrancazione del nuovo Regno d’Italia, dai pesanti oneri cui era stata assoggettata.

1 – Nel testamento di cui si dirà, il prelato dispone fra l’altro che subito dopo la sua morte siano messi in vendita tutti “gli effetti che si ritroveranno… in casa, compreso in detta vendita anche tutti gl’Instrumenti Musicali“.
2 – L’attribuzione è del prof. Paolo Tollari.
3 – Sparsasi la voce in questa Capitale della Maestrale rinnovazione del grand’Organo della Chiesa della Madonna de’ Monti fatta per divozione dal celeberimo Sig. D. Giacomo Pianacci Missionario Apostolico nelle vacanze dell’Evangelico ministero, fu subito pregato dai Padri Ministri degl’Infermi della Casa della Maddalena perché dasse un’occhiata all’Organo di quella loro Chiesa, e fu trovato assai diverso, da quello lo lasciò il suo benemerito Autore. Volendo aderire alle premure dei detti religiosi il prelodato Sacerdote ad onore e gloria dell’Altissimo, di S. Maria Maddalena, e di S. Camillo, mise mano all’opera, e li giorni del Carnevale impiegò esemplarmente in detta Chiesa a ridurre per sua divozione con la geometrica scienza l’Organo non solo al primiero essere, ma l’aumentò nell’armonia, e nelli registri in modo, che si può suonare in 44. maniere, facendosi sentire moltissimi Istromenti Musicali; come con ammirazione ed universale gradimento, si è fatto sin ora all’affollato Popolo sentire dallo stesso Sacerdote e si farà sentire da altri sotto la di lui direzione, infino a tanto che imparate abbiano la maniera di registrarlo.” (CHRACAS – Diario Ordinario di Roma, anno 1790, 6/3 n.1584 – p.14 ).
4 – Infatti, nell’atto del 1790, già menzionato, con cui il padre Gio’ Batta assegnò e ripartì una parte del patrimonio familiare tra i figli, si dispone tra l’altro che “non ostante la fatta cessione ed assegno li Sig.ri Fratelli e rispettivamente Sig.ri figli Sacerdoti, cioè il molto Illustrissimo, e Molto Reverendissimo Sig.r Giavanni Battista Prevosto di Marano e il Molto Illustre e Molto Reverendo Signore Don Andrea Arciprete del Castello di Taro, ed il Molto Reverendo Sig.r D. Giacomo assente possano ed abbiano incontrastabile diritto di godere, usare i mobili, ed abitare il Casino e servirsi di tutti come sopra assegnati ad ogni loro disposizione a piacimento ed in qualunque altra occasione, loro però vita naturale durante, e non di vantaggio“.
5 – Più precisamente possedeva la parte costituita dai seguenti appezzamenti:
1° Nelle Rase = campo bosco e prato presso i fratelli Ciceroni, la strada da due e gli eredi del Sig. D. Domenico Pianazzi
2° Al Poggio = terra campiva e prativa con casa rusticale, teggia e stalla aja cortili presso la strada da due, i fratelli Ciceroni, e le ragioni proprie
3° Sotto la Maestà della Serra = castagneto confinato dalle ragioni proprie da tutte le parti
4° Campo dell’Orto = terra campiva e boschiva con pochi castagni presso Pellegrino Bedonni, la strada da due, gli Eredi di D. Domenico Pianazzi, Andrea Cavoli, e gli Eredi Tonioni
5° Le Sasselle
(?), o sotto la Serra = castagneto presso Pietro Gilli, la Teresa Pianazzi, il bosco che si determinerà nel seguente n. 6, Dr. Gio’ Batta Azzani, Luigi Parini, il benefizio di San Filippo, Pietro Cotti, il Sig.r Luigi Ronchi, Pietro e Natale Ronchi
6° Nella Riva = bosco presso il benefizio di San Filippo, i beni della Parrocchiale del luogo, Pietro Cotti, D.r Geminiano Tonioni, Luigi Parini e le terra descritta nel precedente punto n.5
7° Lame dei Porri
(?) = terra prativa con pioppi ed altri alberi presso il benefizio della Verrucchia, Luigi Parini, i fratelli Tonioni… (?) il Sig.r D. Giovanni Giacomozzi, Giovanni Rubini.” (Archivio familiare Bartolotti, Perizia degli stabili rurali posti negli Stati Estensi di ragione dello stato del fu M.o R.o Sig. D. Giacomo Pianacci fatta dal Perito Luigi Levanti, 27 ottobre 1840).
Il perito attribuì alla summenzionata porzione del fondo Caula il valore di 16.650 Lire modenesi. Tuttavia è probabile che la stima non fosse molto veritiera, dal momento che una prima perizia eseguita dall’Ing. Eugenio Ferrari di Roccamalatina assegnava alla possessione il valore di ben 33.486 Lire di Modena, una seconda di Serafino Verrini di Coscogno addirittura 43.194 Lire e quella definitiva effettuata da Giuseppe Boni su incarico del Sindaco di Guiglia, che era intervenuto su ordine del Ministero dell’Interno per tutelare i diritti della Parrocchia di Montalbano derivanti dai legati Pianacci, fini per fissare la somma di 34.251 Lire.
6 – Archivio familiare Bartolotti, Apertura e pubblicazione del testamento segreto del fu Molto Rev.do Sig.r Don Giacomo Pianacci non che delle schede, Bologna, 19 settembre 1840.
Solo alla sua chiesa parrocchiale di Bologna, San Giovanni Battista dei Celestini, il sacerdote legò una “porzione di casa posta in =via Altaseta al n.o 331=… all’oggetto che le rendite della medesima vengano dal… Parroco assegnate ad un Confessore di più di quelli che vi saranno al tempo…” della sua morte; altri “tre appartamenti facenti parte della … casa posta in via =Vinazzoli= al n.o 3118…, le rendite annue dei quali appartamenti devono distribuirsi ogni anno secondo il prudente arbitrio del Parroco a quei Giovani, o Giovane che saranno stati più frequenti alla Dottrina Cristiana“; altre due case poste in Bologna, “la prima in via = Borgo delle Caste (?)= al n.o 1298, la seconda in via =Avesella n.o 912= la rendita delle quali sarà erogata dallo stesso Parroco nel far fare ogni quattro anni decorribili dalla … morte gli Esercizi Spirituali da Sacerdoti i più accreditati, e che possano disimpegnare lodevolmente a vantaggio delle anime…“.
Inoltre, l’amministrazione parrocchiale del Santissimo Salvatore nel 1823 gli aveva ceduto l’intera chiesa dei Santi Filippo Neri e Teresa, nonché l’annessa casa, ubicate sempre a Bologna, “in via =Ripa di Reno= al n.o 821“. Probabilmente si tratta dell’oratorio di San Filippo Neri, situato non in via Riva Reno, ma nell’attuale via Manzoni. Ricostruito a seguito di un lascito del patrizio bolognese Sebastiano Sighicelli, fu inaugurato nel 1733, ma alla fine del secolo l’avvento della Repubblica Cisalpina comportò l’allontanamento degli ecclesiastici e la decadenza dell’edificio. Restituito al culto con la Restaurazione, doveva comunque essere in pessime condizioni, dato che il Pianacci afferma: “fu da me tanto la Chiesa e Casa ristaurato il tutto per essere abbisognoso di vistose riparazioni“. Ebbene, nelle sue ultime volontà don Giacomo beneficiò anche questa chiesa di ben tre case ubicate in “via =Borgo San Leonardo alli n.i 3345, 3346 e 3347= formando colle rendite nette di dette case un Patrimonio Sacro al Sig.r Giuseppe Casalini di Bologna del fu Luigi, sempreché entro brevissimo termine…” dichiarasse “la sua intenzione di andare per la carriera ecclesiastica“. Ovviamente se il suddetto Casalini avesse dichiarato tale intenzione e fosse perciò entrato in possesso della rendita, avrebbe poi dovuto profondersi in perpetuo in rosari, novene e messe a pro dell’anima del testatore.
Quelli citati non sono i soli immobili di cui don Pianacci dispose esplicitamente nel proprio interminabile testamento; infatti, lasciò alla nipote Chiara un intero palazzo, situato in via Santo Stefano al civico n. 46, ma anche in questo caso “con l’obbligo di far celebrare in suffragio dell’anima della fu Margherita Lenzi quaranta /40/ Messe l’anno ai Padri della Madonna di Galliera… per nove anni”, oltre a dieci scudi l’anno da pagarsi “agli eredi di detta Lenzi e questi in compenso della servitù da lei prestata…” al padre Gio’ Batta; al dr. Gherardo Fontana di Montalbano, una casa posta in via Galliera al n. 505; al Pio Stabilimento degli Esposti la “casa posta in Bologna, via =Collegio di Spagna n.o 377=“; ai cugini Giacomo e Benedetto Pianacci, nonché alla figlia del defunto Matteo Pianacci, una casa sita in via Nosadella al n. 639, sempre con l’obbligo di “far celebrare per dieci anni… sedici (!) Messe in ogni e ciascun anno alla Chiesa della Verrucchia coll’elemosina di baiocchi venti per cadauna, e per scoprire in ogni anno l’Immagine miracolosa di Maria Vergine colla celebrazione di una Messa e con l’elemosina a questa di baiocchi quaranta da celebrarsi nel tempo che detta Sacra Immagine rimane scoperta…“; i poderi “Vignola” e “Bastia” di Roccamalatina ai nipoti Bedonni e Stefanini, figli delle sorelle Anna e Maria, nonché a Chiara Celestina. La stessa casa di abitazione del prelato, situata in via de’ Pignattari al civico 1218, all’interno del complesso del Palazzo dei Notari, andrà dispersa nei mille rivoli che scaturirono dai suoi legati. Infine, per rammentare ai posteri la sua magnanimità, volle disseminare la città di lapidi – almeno quattro, stando al documento – ma non sappiamo se vennero mai apposte.
7 – Ibidem
8 – Il sacco modenese era un’antica misura di capacità; si divideva in sedici quarte. Quattro quarte formavano una mina e due mine uno staio. Quest’ultimo equivaleva a 63,25 litri; pertanto un sacco di Modena era pari a 126,5 litri. Poiché un litro di farina pesa circa 0,65 chilogrammi, sei sacchi modenesi equivalevano approssimativamente a cinque quintali.
9 – La scuola fu realmente aperta e funzionò per diversi anni: nell’archivio della famiglia Bartolotti si conservano diverse ricevute, datate tra il 1849 e il 1872, rilasciate ad Antonio Bartolotti e suo figlio Luigi a fronte del pagamento degli stipendi.

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