I Pianacci di Caula

Il tenente colonnello Giambatta

L'atto di acquisto della possessione di "Piastrella" (12 ottobre 1773)

Il rogito di acquisto della possessione di "Piastrella"

Nel libro “Montalbano; storia di una comunità”, il già menzionato Romolo Dodi ricorda che il tenente colonnello Giovanni Battista Pianacci1, nato nel 1712 da Giacomo Antonio del ramo di Montequestiolo di questa antica e numerosa famiglia, si trasferì a Montalbano e più precisamente a Caula. Dodi avanza l’ipotesi che Giambatta o Gio’ Batta, come veniva abitualmente chiamato Giovanni Battista, abbia spostato la propria residenza verso la metà del secolo, a seguito dell’acquisto della possessione.
Il personaggio era comandante delle milizie del castello e della Podesteria di Montetortore e discendeva da una schiatta che sin dall’inizio del ‘600 dimorava “ai Pianazzi”, una località situata lungo la strada provinciale che da Zocca conduce a Castel d’Ajano e in cui esiste una bella villa gentilizia oggi di proprietà dei conti Garagnani di Bologna.
A chi scrive risulta, però, che sul finire del XVII secolo le terre e il casino di Caula fossero già di proprietà dei Pianacci, a cui sarebbero pervenuti per via ereditaria probabilmente a seguito dell’estinzione di un ramo della famiglia Caula. Occorre sottolineare che questa ricostruzione è ancora una volta frutto di una tradizione tramandata solo oralmente e che allo stato attuale non è suffragata da alcuna ricerca archivistica.
Comunque sia Giovanni Battista era sicuramente imparentato con Giuseppe Maria2, governatore della podesteria di Montetortore e poteva contare su un notevole patrimonio.
Il 12 ottobre 1773, proprio “nella casa di ragione del Sig.r Compratore ove dicesi a Cavola“, per “Lire Settemilla Moneta di Modena“, Giovanni degli Antonj di Montalbano vende “al Sig.r Commandante in seconda Giambatta Figlio del fù Sig.r Giacomo Antonio Pianacci… una Casa Padronale detta Piastrella3 con un’altra casa ad uso di Teggia e Stalla ed un’altra Casa ad uso di Tintoria con tutti li suoi portici fatte di sassi e calcina, legnamate, tassellate, coperte a coppi, con tutti li suoi ingressi, e regressi, usi e pertinenze. Parimenti una pezza di terra campiva, morata, boschiva, prattiva, e fruttifera, il tutto posto in Mont’Albano in luogo denominato Piastrella in confine a mattina della strada pubblica, che conduce al Cantone, a sera d’altra strada pubblica della Via Piana, e de’ beni della B.V. di Via Piana, a mezzodì d’altra strada pubblica, che conduce al Castello, ed a settentrione d’altra via pubblica, che conduce pure verso Viapiana…“. In verità, al di là delle strade pubbliche citate nel rogito redatto dal notaio Giovanni Maria Olivari di Montalbano, i poderi “Piastrella” e “Tintoria” confinavano con le terre della già vasta possessione di Caula, che comprendeva anche un ulteriore predio denominato la “Guardia” o la “Spia”5; l’acquisto consentì a Giambatta di estendere i propri domini sino a ridosso del borgo comunale.
Non si trattava certo delle uniche proprietà del comandante, giacché del suo patrimonio facevano parte anche altri immobili, tra i quali “diversi beni situati nel Comune di Mont’Albano sud(ett)o loco d(ett)o a S. Michele“, acquistati nel 1774 da Maria Borghi6 per 9000 Lire modenesi, e i due grandi predi la “Vignola” e “Bastia”, nel territorio di Roccamalatina, nonché altri beni non meglio precisati sempre nella Rocca Malatina7. E’ poi assai probabile che appartenessero già a Gio’ Batta almeno una parte dei beni che suo figlio Giacomo, sacerdote, possedeva al momento della morte nella città di Bologna, una fortuna davvero consistente, come si vedrà, costituita da un gran numero di case ed appartamenti. Gio’ Batta Pianacci, quindi, era un personaggio ragguardevole non solo per il mestiere d’armi che esercitava, ma anche per censo. Abitò con la moglie Anna Maria Bagnaroli a Caula sino alla fine dei suoi giorni e morì in età assai avanzata; infatti, compare ancora in un atto del 7 luglio 1802.
 
Continua…


1 – Nei documenti pubblici la forma “Pianacci” si alterna indifferentemente a quella di derivazione dialettale “Pianazzi”.
2 – Giuseppe Maria Pianazzi è podestà di Montetortore nel 1743 (E. Trota, L’ordinamento amministrativo della podesteria di Montetortore, in Atti della Deputazione di Storia Patria degli Antichi Domini Estensi, …, p. 97)
3 – Il fabbricato principale di Piastrella ancor oggi è un pregevole edificio di origine cinquecentesca che sul retro presenta il tipico cornicione di colombaia a dente di sega.
4 – Si tratta certamente del borgo di Montalbano, che ancora conservava l’impronta fortificata di origine medioevale.
5 – Il toponimo deriva senza alcun dubbio dalla circostanza che i fabbricati del podere, quasi tutto boschivo, si trovano ancor oggi lungo la mulattiera che conduce dal borgo della Serra sino alla cima del Monte della Riva, transitando sul versante meridionale dell’altura, il più scosceso ed impervio, quasi a presidio di quella pubblica via. Non si può escludere che in pieno Medio Evo il luogo costituisse un avamposto dell’antica rocca de’ Sassatelli, ubicata, com’è noto, sulla cima del monte della Cisterna.
La “Spia” costituiva parte integrante della possessione di Caula da tempo immemorabile per una superficie complessiva che superava le 120 biolche modenesi, a cui si aggiunsero le 35-40 biolche di “Piastrella”.
6 – Il 28 settembre 1774, a rogito del notaro Michel Angelo Dainese, Maria, figlia del maggiore Borghi e consorte del capitano Giuseppe Gigli di Casola di Montefiorino, cedette al comandante Pianazzi tutti i beni ereditati dal padre, consistenti nella terza parte dell’intero asse ereditario (Archivio familiare Bartolotti, Il Sig. Magg.e Giuseppe Gigli marito della Sig.a Maria Borghi assolve il Sig. Comand.e G. Ba. Pianazzi dalla somma di L. 9000 e frutti ed altro, ed assicura li figli della ric(ordat)a Sig.a Maria specialm.e e generalm.e tutto che sia di loro competenza, 28 agosto 1785, rogito del notaio Dottor Pier Luigi Morelli di Fiumalbo, Podestà di Montetortore). Tra i beni oggetto dell’atto dovevano esservi anche i diritti sull’Oratorio di San Michele con l’annesso cimitero, un tempo spettanti alla Comunità di Montalbano. Tali diritti saranno all’origine di una vertenza tra i personaggi che si succederanno nella proprietà dei relativi stabili. Infatti, in allegato al precitato rogito, è conservato un istrumento del 17 novembre 1731 in cui si descrive un’adunanza del Consiglio Maggiore della Comunità, convocata da Tomaso Olivari, “uno de’ quattro uomini di governo”, per “delliberare, di ceddere e rinunciare al Sig. Giovan Giacomo Borghi la Chiesa dell’Oratorio di S. Michele posta nel dato Comune in loco detto il Poggio ad effetto che minacciando detta Chiesa rovina e ritrovandosi in pessimo stato, il suddetto Sig. Gio’ Giacomo Borghi a nome ancora del Sig. Vincenzo Borghi… prenda in se l’obbligazione di risarcire, accomodare e restaurare detta Chiesa in modo tale che non vi manchi cos’alcuna per celebrarvi la S. Messa, come ancora chiudere e tener serato il suo cimitero che vi è contiguo.” Con tale atto la famiglia Borghi, in cambio del completo ripristino dell’Oratorio entro il termine di quattro anni, ne acquisì la proprietà. Tuttavia, come risulta espressamente dal documento e da un promemoria successivo privo di data, ma di notevole importanza perché riassume tutti i termini della vicenda, i membri della Comunità di Montalbano non rinunciarono all’uso pubblico sia dell’Oratorio sia del cimitero, riservandosi “gli usi antichi dell’accesso o di andare a detto Oratorio per loro divozione e bisogno…” e la facoltà di “poter seppelire nel cimitero o Chiesa sud.i di S. Michele li morti in caso di bisogno ed ancora in caso di contagio“.
Come già sappiamo, nel 1774 i terreni sui quali l’Oratorio insisteva furono acquisiti da Gio’ Batta Pianacci, ma nel rogito i diritti della Comunità non vennero menzionati. Il comandante “ristaurò… detto oratorio, giacché il Borghi e suoi eredi l’avevano sempre negletto quantunque obbligati…e intanto la Comune ha sempre continuati i suoi diritti al detto Oratorio e Cimitero nelle contemplate occasioni“.
Con atto del 25 ottobre 1785, il Pianacci vendette l’intera possessione di S. Michele “a Girolamo Tomaselli di Semellano con quelle stesse ragioni, usi e servitù con cui l’aveva acquistato dalli eredi Borghi e qui neppure si fece speciale menzione dei diritti” pubblici. Pochi mesi dopo il Tomaselli cedette a sua volta l’intero predio a Domenico Tonioni di Montalbano e a suo figlio Geminiano. Costoro possedettero “senza reclamare né contro il loro autore Tomaselli né contro alcun altro antecedente possessore, quantunque abbia sempre la Comune continuato nel aperto esercizio de’ riferiti diritti sull’oratorio e Cimitero suddetti e che non potevano essere ignoti alli acquirenti Tonioni, come abitatori d’immemorabile tempo contigui“. A quanto si desume dal promemoria, dopo aver taciuto per venticinque anni, Geminiano Tonioni invocò l’evizione e minacciò o intentò l’azione “quanti minoris” (la moderna azione estimatoria) contro il Tomaselli e questi, a sua volta, si rivolse agli eredi di Gio’ Batta Pianacci.
Non sappiamo come finì la vicenda, ma a voler prestar fede al parere legale trascritto nel promemoria, il tentativo del Tonioni non sortì effetto alcuno, in primo luogo perché l’azione “quanti minoris” era ritenuta inapplicabile alle vendite di beni immobili e poi perché il troppo tempo trascorso aveva reso opponibile la prescrizione.
7 – Atto del 19 ottobre 1790 a cura del notaro Carlo Antonio Fontana con cui il Comandante Domenico Pianacci presta promessa di maritarsi con la Sig.ra Maria del fu Sig.r Girolamo Ciceroni e il padre Comandante Giambattista Pianacci assegna e divide il patrimonio paterno tra i figli Domenico, Pasquale Venanzio, don Giovanni Battista, don Andrea e don Giacomo (Archivio familiare Bartolotti).

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