I Bartolotti e il XIX secolo

Il blasone dei Bartolotti

Il blasone dei Bartolotti (F. Canetoli, Blasone Bolognese, Bologna 1791-1795)

Nel 1816 donna Chiara Celestina Pianacci si era maritata con Antonio Ugolino Franco Bartolotti.
Questi era nato nel 1783 a Monteombraro da un’antica famiglia di origine bolognese1, ma residente nel vicino comune della podesteria di Savignano sin da prima del 1550. Era figlio di Luigi Pietro Antonio, nato nel 1757, e Veneranda Pallotti (o Paleotti), nonché nipote di Ugolino, cancelliere del castello di Monteombraro2 e della moglie Maria Mazzucchi.
Antonio si diplomò perito agrimensore alla Regia Università di Bologna il 17 giugno 1810, ma esercitò assai poco dandosi piuttosto agli affari. Pur avendo condiviso l’eredità paterna con vari fratelli e nipoti, riuscì comunque a disporre di capitali e rendite sufficienti per aspirare alla mano della figlia del comandante Domenico Pianacci. Dal matrimonio nacquero ben sette figli3, tre dei quali morirono in tenera età se non addirittura poco dopo la nascita, com’era assai frequente in quei tempi.
Antonio Ugolino Bartolotti

Antonio Ugolino Bartolotti (1783-1867)

Sino agli anni trenta, i coniugi Bartolotti non vissero a Caula, ma nel paese di Zocca che andava sviluppandosi proprio in quegli anni, forse perché da lì Antonio poteva seguire meglio i propri affari o più probabilmente perché vivere sotto lo stesso tetto assieme all’anziano comandante Domenico, certamente dotato di un carattere autoritario4, non doveva essere facilissimo, soprattutto per una personalità altrettanto forte e poco malleabile come quella di Antonio. Come si è visto però, dopo la morte del suocero il Bartolotti diede inizio ad una sorta di campagna acquisti per riunire il patrimonio familiare della moglie, disperso a causa delle divisioni tra gli eredi troppo numerosi. Tra il 1830 e il 18345 rileva dagli eredi Bedonni sia la quota dell’asse ereditario del comandante Domenico, a loro trasmessa dalla madre Maria Eugenia, sorella consanguinea di Chiara, sia le ragioni loro pervenute per il tramite della zia Teresa. Tra i beni erano compresi, oltre al casino e al fondo Caula, anche i diritti gentilizi sui banchi di famiglia esistenti nelle chiese di Montalbano, della Verrucchia, nell’oratorio di Viapiana e in quello di San Giuseppe6. Nel 1840, com’è ormai noto, intervennero le farraginose disposizioni testamentarie di Don Giacomo Pianacci, che comunque finirono per concentrare la proprietà di Caula nelle mani della nipote Chiara.
E’ questo un periodo di particolare prosperità, in cui i coniugi Bartolotti trasferiscono la loro abituale dimora in villa, che viene sottoposta ad alcuni interventi di restauro. Il piano superiore, già adibito a granai e ad abitazione della servitù, viene riattato in modo da poter accogliere, all’occorrenza, anche i membri della famiglia padronale che si era allargata con la nascita dei figli; attorno alla metà del secolo l’altana, originariamente solo rondonaia, viene ingentilita con l’apertura di quattro finestroni ad arco a tutto sesto e vi è installata una campana. Contemporaneamente viene ultimata o risistemata la cappella privata e viene avanzata la richiesta di potervi celebrare la Santa Messa. Il Pontefice Pio IX emanerà la bolla, a firma del cardinale Barberini7, solo il 1° luglio 1862, cui seguirà il sopralluogo della delegazione dell’Arcivescovo di Modena il 25 gennaio 1864.
La discendenza fu assicurata dalla nascita di un figlio maschio l’8 ottobre del 1830, a cui vennero imposti i nomi Luigi Antonio Domenico Stefano in memoria dell’avo paterno e dei fratelli di questo. Su di lui, dopo la morte precoce del secondo maschio, si concentrarono le attenzioni dei genitori che curarono con attenzione la sua educazione. Vollero che frequentasse il prestigioso collegio San Luigi di Bologna, che aveva riaperto i battenti sin dal 1816, dopo l’unificazione avvenuta alla fine del ‘700 con il collegio San Francesco, in precedenza riservato alla nobiltà bolognese.
Luigi non arrivò mai a conseguire la laurea, forse per scarsa applicazione, ma frequentando il collegio, retto dai Padri Barnabiti, e forse anche per altre vicende familiari, sviluppò uno spiccato sentimento anticlericale. Si racconta, tra l’altro, che in gioventù assieme ad un amico non meglio identificato avesse giocato più di una volta un brutto scherzo ad alcune signore di buona famiglia. Si sarebbe travestito di tutto punto da sacerdote e col compare sarebbe salito sulla carrozza del servizio pubblico che da Modena portava i viaggiatori verso Zocca; una volta individuata la vittima predestinata, che doveva essere una signora ben vestita e magari conosciuta, iniziava la commedia. Fingendo di non conoscere l’amico, intavolava con lui una conversazione e finiva per offrirgli di confessarlo dai suoi peccati, approfittando del viaggio. I due simulavano la confessione, inducendo così i presenti a riporre piena fiducia nel falso prelato. Ovviamente la farsa finiva con la “vera” confessione della signora dabbene, i cui peccati, soprattutto se piccanti, avrebbero alimentato il chiacchiericcio del paese per chissà quanto tempo.
Beatrice Poli

Beatrice Poli

Comunque sia, lo scapestrato e gaudente Luigi si sposò con Beatrice Poli8, che proveniva da una facoltosa famiglia proprietaria, tra l’altro, di villa Fabio, situata lungo la strada che da Roccamalatina sale a Zocca.
In quegli anni a Caula si svolsero parecchie feste da ballo che proseguirono per tutta la seconda metà del secolo. Ancora oggi nella villa sono conservati i cartelli utilizzati per preannunciare la danza che l’orchestra si accingeva a suonare: “quadriglia“, “valtzer“, “mazurka“, “polka“. Si dice che i ricevimenti terminassero verso l’alba, dopo una cena luculliana consumata a mezzanotte nella sala adiacente al grande salone da ballo, e che spesso, al termine, mentre le signore ritornavano alle rispettive abitazioni in carrozza, gli uomini partissero a cavallo per recarsi tutti assieme a caccia. Certamente, nel piccolo mondo racchiuso tra gli antichi borghi di origine medioevale e l’emergente paese di Zocca, un ricevimento a Caula era un avvenimento importante, a cui i giovani delle famiglie possidenti di un qualche rilievo ambivano; anzi per le diciottenni si trattava di un vero e proprio debutto in società9.
Nel corso di una di queste feste da ballo accadde un episodio curioso. Il prof. Tommaso Sandonnini, proprietario della bella Casa Barattini alla Zocchetta, stava suonando al pianoforte un valzer, quando nel salone irruppe improvvisamente il suo fattore gridando: «Professore! Professore! Ca’ d’ Baratìn la brusa!». Il Sandonnini lasciò precipitosamente il ricevimento e da allora non mise mai più piede a casa Bartolotti. I suoi discendenti raccontano che, giunto al galoppo alla Zocchetta, abbia costretto il fattore ad entrare nell’edificio già in preda alle fiamme e a salire le scale sino alle soffitte per recuperare un baule il cui contenuto, evidentemente, era particolarmente prezioso. Una volta che il fattore ebbe portato a termine con successo la perigliosa impresa, Tommaso Sandonnini si sarebbe seduto sul baule innanzi alla sua casa semidistrutta e avrebbe esclamato: «Lasa mo’ c’la brusa, adèsa!»
La vita a Caula, come altrove, era scandita dai ritmi lenti di un’economia quasi esclusivamente agricola. La famiglia Bartolotti aveva finito per ricostituire un patrimonio fondiario assai cospicuo per il territorio e poteva permettersi di vivere in modo più che agiato con le sole rendite delle sue terre, ma va precisato che l’agricoltura intensiva e specializzata, che andava affermandosi in pianura anche a seguito dei sempre più frequenti trasferimenti di proprietà dalla vecchia aristocrazia estense all’emergente borghesia cittadina, rimase sconosciuta in Appennino. Da queste parti i poderi continuavano ad essere composti prevalentemente da boschi e castagneti, la parte coltivabile rappresentava spesso meno della metà della superficie complessiva; e ciò perché il bosco e suoi prodotti erano considerati una ricchezza più rilevante di quanto si poteva trarre dai campi. A questo proposito è interessante dare una scorsa alle minute contenenti la contabilità del fondo “Le Rase“, ossia la porzione della possessione già di proprietà di don Giacomo Pianacci10. Ebbene i prodotti di quelle terre comprendevano: frumento, frumentone, marzatelli11, fave, noci, uva, marroni e castagne secche, che normalmente non costavano meno del grano12, foglie di gelso, coltivate per l’allevamento del baco da seta, attività assai diffusa in queste zone, pomi, pere e porci grassi13; ma anche uva, noci, burro e formaggio, agnelli e lana di pecora. Quasi di tutto, dunque, ma sempre in quantità relativamente modeste: sebbene la famiglia possedesse parecchi poderi, ciascuno di essi era gestito in modo del tutto indipendente dagli altri e costituiva, per così dire, un piccolo universo autarchico. Come si è detto, probabilmente ciò era dovuto alla mentalità assai antiquata delle vecchie famiglie di possidenti, ma anche dall’adozione generalizzata del sistema mezzadrile che, garantendo comunque al proprietario una rendita congrua senza grandi investimenti, costituì a lungo un freno all’introduzione di metodi imprenditoriali in agricoltura, con la conseguenza di una bassa produttività dei terreni.
 

Lo stemma dei Bertolotti, patrizi bolognesi

Lo stemma dei Bertolotti, patrizi bolognesi

Gian Giacomo Bartolotti (1471 circa - dopo il 1530)

Gian Giacomo Bartolotti (1471 circa - dopo il 1530)

1 – Il ramo bolognese dei Bartolotti probabilmente derivò dalla casa de’ Bertolotti, famiglia di remota provenienza toscana che aveva acquisito ricchezza e potere nel XIII secolo – un Giovanni Bertolotti fu console di Bologna nel 1234 – con la fabbricazione e col commercio delle pergamena. Che l’origine fosse comune è desumibile dalla fungibilità dei due cognomi negli atti pubblici più antichi e soprattutto dall’assoluta identità degli stemmi usati dagli uni e dagli altri ancora nel XVIII secolo: d’azzurro, al toro furioso d’oro accompagnato da cinque gigli dello stesso, due ai fianchi, due ai cantoni della punta ed uno in punta, al Capo d’Angiò.
Non è improbabile che appartenesse ad un altro ramo della stessa famiglia anche quel Gian Giacomo Bartolotti da Parma che fu medico ufficiale della flotta del la Serenissima nei primissimi anni del ‘500 e che recentemente è stato identificato nel gentiluomo ritratto in uno splendido dipinto del Tiziano conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna.
2 – Nei registri della parrocchia Ugolino viene trattato quasi sempre col titolo di “Magnificus Dominus Stator” e la sua consorte con quello di “Domina“.
3 – Dai registri parrocchiali di Montalbano risultano:
– Maria Luigia Emidia, nata il 28 luglio 1818;
– Eugenia Veneranda Dionisia, nata l’8 aprile 1820;
– Romana Anna Veneranda, nata il 1° marzo 1823;
– il 18 agosto 1826 nasce e muore una bimba battezzata dalla balia;
– Chiara Antonina, nata il 28 giugno 1828;
– Luigi Antonio Domenico Stefano, nato l’8 ottobre 1830;
– Antonio Evaristo Andrea Guglielmo Flaviano, nato il 26 ottobre 1833.
Raggiungeranno l’età adulta solo Eugenia, Romana, Chiara Antonina e Luigi, unico a continuare la discendenza in linea maschile. Romana andrà in sposa a Domenico Bedonni di Montalbano, ma “ai primi di luglio 1848” mancherà “sventuratamente ai vivi nello stato di puerperio e con comune dispiacere… rapita dai fieri dolorosi travagli del difficile parto di un feto non vitale” (Archivio familiare Bartolotti, Transazione seguita fra il S.r Antonio Bartolotti e Domenico Bedonni ambi di Mant’Albano, 31 maggio 1850, rogito del notaio Natale Mascagni di Zocca). Eugenia si mariterà con Giovanni Mascagni e sarà sepolta a San Michele; infine, Antonina si unirà “all’Ecc.mo S.r Dott. Fisico Domenico fu Luigi Tonioni di Zocca” (Archivio familiare Bartolotti, Rinunzia all’eredità materna fatta dalle S.e Eugenia ed Antonina Bartolotti a favore del loro fratello S.r Luigi Bartolotti tutti di Montalbano, 22 agosto 1865, rogito del notaio Marco Ruini di Samone).
4 – Lo si deduce dal tenore del testamento di cui si è già detto.
5 – V. nota 1 alla pagina “Il XVII, il XVIII secolo e i primi decenni dell’800“.
6 – Archivio familiare Bartolotti, Esperimento conciliativo sopra la dimanda spiegata dal Sig.r Remigio Bedonni di Montalbano del 6 aprile 1840 contro del Signor Antonio Bartolotti, 6 aprile 1840, Giusdicenza di Guiglia.
Con scrittura privata del 29 gennaio 1839 Antonio Bartolotti acquista da Francesco del fu Giuseppe Peri “tutto intiero quel Banco ad uso di orare esistente nell’oratorio di San Contardo posto in Zocca, e precisamente quello che viene segnato col numero nove – 9 – della fila a mano sinistra, o del Vangelo, entrando in detto oratorio per la porta maggiore… E ciò per lo prezzo di modenesi lire ventotto” (Archivio familiare Bartolotti). Il 31 maggio 1860 Antonio procede all’acquisto dei diritti gentilizi su un ulteriore banco, sempre posto nella chiesa di San Contardo, dal Sig. Stefano del vivo Sig. Francesco Bartolotti di Zocca.
7 – Archivio familiare Bartolotti, Beneplacito Liceat Oratori Missam in domestico oratorio di Papa Pio IX, 1 luglio 1862.
8 – Beatrice Poli era figlia di Bartolomeo e Paola Olivari
9 – L’ultimo ballo si tenne nel 1905, poco prima della morte improvvisa di Luigi Bartolotti a causa di un ictus.
10 – La vicenda dei legati di cui il prelato aveva gravato parte delle terre di Caula diede luogo a lunghe vertenze tra i coniugi Bartolotti Pianacci, da un lato, e l’amministrazione parrocchiale di Montalbano, affiancata poi dal Comune di Zocca, dall’altro. Le liti, le divergenze e i tentativi di composizione si susseguirono per decenni innanzi a notai, avvocati, consigli comunali ed aule del Tribunale di Pavullo, nonostante la Legge 24 gennaio 1864 n. 1636 “Sull’affrancamento dei canoni enfiteutici, livelli, censi, decime ed altre prestazioni dovute a corpi morali“; tant’è che nel 1924 se ne trova ancora traccia. A un certo punto, la Parrocchia di Montalbano sostenne persino di essere la vera proprietaria dei beni, indicando in Chiara Pianacci una semplice amministratrice; propose quindi di concederle a livello i terreni contesi a fronte del pagamento di un canone di 1.500 lire all’anno.
La vertenza produsse oltre un centinaio di pagine di carte bollate (per la gioia dei ricercatori d’archivio) fra perizie, notificazioni, sentenze e registri dei conti.
11 – Erano detti marzatelli alcuni cereali, come il miglio e il farro, e alcune leguminose, quali ceci e fagioli.
12 – Nel quinto decennio dell’800, i prezzi delle castagne disidratate e del frumento si aggiravano entrambi attorno a 4 – 5 Lire al Peso. Il Peso modenese equivaleva a circa 8,51 Kg.
13 – Tra gli anni 1841 e 1847 la rendita padronale – detratta cioè la quota di spettanza dei mezzadri – di questa parte delle terre di Cavola oscillò attorno a 1.400-1.500 lire annue e i prezzi dei diversi prodotti rimasero sostanzialmente invariati, fatta eccezione per il 1847, anno nel quale il prezzo di vendita del frumento subì un impennata del 50%, quello dei marzatelli e delle fave crebbe del 25%, mentre quelli dei marroni e delle castagne secche calarono.
In ogni caso, stando ai documenti contabili, le rendite prodotte dal fondo nell’arco di tutto il settennio, pari a L. 10.291, non furono affatto sufficienti a coprire le spese affrontate per soddisfare i legati pii voluti da don Giacomo e al termine del periodo considerato l’amministrazione di Chiara Pianacci vantava un credito di quasi 900 Lire nei confronti della Parrocchia di Montalbano. Nel decennio seguente, invece, gli introiti medi annui raddoppiarono, ma quasi esclusivamente a causa dell’inflazione, giacché le quantità prodotte non subirono significative variazioni, salvo nel 1860 in cui si assiste, però, ad un crollo della produzione di alcuni generi.

3 risposte a I Bartolotti e il XIX secolo

  1. luana bartolotti scrive:

    Bella la mia storia!

  2. Luca bartolotti scrive:

    Wow

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