Caula nel ‘500

Alla presenza certa di Pietro Paolo Caula nelle vicine terre di Montetortore, quale Podestà di quel castello, corrisponde la tradizione orale che vuole la possessione di Cavola residenza fortificata di ragione di un ramo della sua famiglia.
Pur essendo assai più che plausibile un’origine comune tra i Caula di Montalbano e l’omonimo casato sassolese e sebbene sia verosimile che i membri dell’una e dell’altra progenie avessero contezza del legame parentale che forse li univa, va tuttavia sottolineato come sino ad oggi nessun indizio concreto deponga per il dominio di Pietro Paolo sulla possessione di Cavola.
Ad ogni modo, che nel XVI secolo l’edificio principale dell’insediamento avesse natura padronale e non si trattasse di un’abitazione “rusticale” è testimoniato dal portale originario, rinvenuto nel corso dei lavori di restauro eseguiti nei primi anni sessanta del ‘900, in occasione della riapertura di due possenti arcate a tutto sesto che sul lato posteriore della villa formano un piccolo porticato. Le aperture furono tamponate nel corso del XVII secolo, al fine di ricavare ulteriori locali di servizio e un ricovero per le carrozze. Allo scopo venne utilizzato del materiale di risulta da precedenti demolizioni e rifacimenti, tra il quale finirono anche l’architrave ed un frammento di piedritto che costituivano l’ampio portale di accesso della costruzione tardo rinascimentale. Con ogni probabilità l’apertura era collocata sul lato opposto all’attuale facciata e cioè sul fronte dell’edificio che guarda verso valle.
Il manufatto, in arenaria locale, è indubbiamente di pregevole fattura, decorato a losanghe concentriche e finemente modanato con profilo a gola rovescia. Ciò che colpisce di più, però, è l’iscrizione scolpita nella pietra: “ADI 7 AGOSTO 1531 DOMINUS CUSTODIAT INTROITUM TUUM”.
“Il Signore custodisca il tuo ingresso”, dunque, scritto in un Latino corretto, privo di errori e con un uso appropriato del congiuntivo esortativo. L’invocazione è tratta dal Libro dei Salmi1 e talvolta è stata riprodotta anche sulle porte cittadine2. Una citazione religiosa, certo, ma colta e sicuramente non usuale nelle abitazioni rurali dell’Appennino.
All’interno del fabbricato si rinvengono altre tracce della costruzione cinquecentesca. In particolare in una cantina cieca dal pavimento della quale emerge l’affioramento roccioso su cui poggia l’intero edificio, su una parete interna rivolta ad occidente, spicca lo stipite sinistro di un altro portale del XVI secolo, il cui archivolto scompare oltre il soffitto ligneo dell’angusto vano. Si tratta di un accesso, oggi tamponato ed inglobato nella muratura della parete, privo di decorazioni, ma posto ad un’altezza di oltre un metro da terra.
Con ogni probabilità, se fosse possibile esaminare la trama della muratura in sasso, sotto l’intonaco che ricopre l’intero fabbricato padronale, si potrebbero rinvenire molte altre tracce e definire con una certa precisione le diverse fasi di ristrutturazione, di ampliamenti e rifacimenti a cui la villa è stata sottoposta nel corso dei secoli. Tuttavia oggi non è dato di conoscere quale fosse la struttura complessiva del corpo principale nel XVI secolo. E’ però certo che l’intero complesso doveva essere molto esteso anche allora, dato che tutti i fabbricati rurali, che si dispiegano a sinistra e a destra della villa padronale per un fronte complessivo di quasi 100 metri, presentano evidenti origini cinquecentesche se non addirittura anteriori3.
Alla stessa epoca potrebbe risalire anche l’ipotetico… pozzo rasoio.
Che le abitazioni padronali della zona, talvolta, fossero dotate di tale strumento per la sbrigativa eliminazione degli ospiti “sgraditi” è comprovato dall’esistenza di uno di essi nel c.d. “Palazzo” di Semelano, per secoli dimora della famiglia Mattioli Bertacchini, poi passato per via ereditaria alla famiglia Bartolotti, la medesima che entrerà in possesso di Cavola a partire dal 1829.
Ebbene, subito dopo la fine della 2a Guerra Mondiale, per evidenti ragioni di sicurezza, l’Avv. Antonio Bartolotti fece interrare e murare un pozzo, dotato di punte di ferro disposte sul fondo, che si trovava in uno stretto corridoio di passaggio negli scantinati del Palazzo.
Di un’analoga presenza a Cavola non vi sono prove certe, ma ancora una volta la tradizione orale ci racconta della sua esistenza e della sua successiva trasformazione… in latrina!
In effetti, che la villa fosse dotata di un foro molto profondo attrezzato a “cacatoio”4 e che questo si trovasse non solo all’interno delle mura perimetrali, ma addirittura al centro della costruzione, è circostanza del tutto anomala, dato che, di norma, questo genere di servizi, per evidenti ragioni, o era del tutto assente oppure era confinato in un balco aggettante verso l’esterno o almeno su una parete perimetrale. Inoltre, la profondità e soprattutto le dimensioni del “pozzo”, ancora esistente, fanno quantomeno dubitare che la funzione originaria fosse di natura igienica.
Un altro elemento che caratterizza l’edificio padronale, ma che non può essere ricondotto univocamente al XVI secolo in quanto presente anche nei secoli successivi, è costituito da una doppia fila di fori ad uso di nidi per rondoni, disposti lungo tutto il sottotetto della facciata occidentale e, sebbene in numero assai meno cospicuo, anche sul retro della villa, sul lato che guarda a Mezzogiorno.
Caula a novembreI rondoni rientravano nella dieta dei nostri avi montanari, ma contrariamente a quanto molti ritengono non costituivano un cibo povero, destinato esclusivamente agli indigenti, bensì un piatto prelibato e particolarmente raffinato. Ancora nell’800, la ricetta del rondone al limone veniva tramandata di generazione in generazione ed era preparata anche nelle cucine delle famiglie benestanti.
I nidi sono costituiti da un manufatto in terracotta la cui forma ricorda vagamente un fiasco privo di fondo, che veniva inserito orizzontalmente nello spessore del muro, con il collo rivolto verso l’esterno, in modo da formare una cavità con una stretta imboccatura circolare da cui gli animali potevano entrare ed uscire. Verso l’interno dell’abitazione, la cavità è chiusa da appositi tappi di legno accuratamente numerati e dotati di un piccolo foro con funzione di spioncino.
Questo sistema consentiva di controllare la crescita dei nidiacei e di impadronirsene in piccola parte, in modo da non compromettere la discendenza della famigliola di volatili. Infatti, è noto che le specie di rondoni che nidificano in Italia sono migratrici : giungono e ripartono a date fisse e quasi sempre rimangono fedeli al vecchio nido, come le rondini.
 
Continua…

1 – Salmo 120 (121):8 “Dominus custodiet introitum tuum et exitum tuum ex hoc nunc et usque in saeculum“; in Italiano “Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre”.
2 – Si pensi alla Porta San Tomaso di Treviso, eretta nel 1518, che sulla facciata rivolta verso la città reca l’iscrizione “Dominus custodiat introitum ed exitum tuum“.
3 – La grande casa adibita ad abitazione rurale, situata a sinistra del corpo principale nella direzione di Zocca, pur essendo stata modificata nei primi del ‘900 con l’aggiunta di un vano, presenta ancora alcune finestre cinquecentesche in arenaria, nonché, sul retro, un lungo tratto di decorazione in mattoni disposti a dente di sega. Anche l’edificio adibito a stalla e scuderia, oggi ristrutturato, al piano superiore possiede alcuni ambienti un tempo destinati ad abitazione, che a Mezzogiorno prendono luce da finestre di fattura cinquecentesca. Va poi ricordata la data (1501) scolpita sul portale di accesso di cui si è già detto.
4 – Demolito nel 1964 in occasione della costruzione di moderni servizi igienici, il manufatto aveva una sua ricercatezza. Era, infatti, coperto da un piano in marmo di Carrara ed era dotato di un piccolo impianto idrico con serbatoio per l’acqua in rame e rubinetteria in ottone.

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